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« Il legame tra la famiglia Agnelli e la Juventus, suggellato dai cinque scudetti dei primi anni trenta, tuttavia ha posto le basi per quello che sarà il calcio italiano nella seconda metà del secolo passato. Che farà appunto della squadra bianconera la 'fidanzata d'Italia', la regina indiscussa del nostro football, amatissima da milioni di tifosi da nord a sud della Penisola, riferimento obbligato per qualsiasi tipo di riflessione sul nostro calcio. »
(Guido Luguori ed Antonio Smargiasse, 2003)

Il Quinquennio d'oro è il periodo compreso nella prima metà degli anni '30.

Composta da calciatori quali Gianpiero Combi, Virginio Rosetta, Umberto Caligaris, Federico Munerati e gli oriundi Luisito Monti, Renato Cesarini e Raimundo Orsi e Felice Borel II, la Juventus divenne la prima squadra nella storia del calcio italiano a vincere cinque campionati consecutivi, titoli conquistati tra il 1930-31 e il 1934-35. Contemporaneamente raggiunse le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale per quattro anni consecutivi, confermandosi una delle migliori squadre europee dell'ante-guerra.

Allenatore della squadra fu Carlo Carcano, uno dei precursori del Metodo, mentre molti giocatori di quella compagine andarono a formare il nucleo della Nazionale italiana che si aggiudicò le vittorie nella Coppa Internazionale di calcio, progenitrice dell'attuale campionato d'Europa e, soprattutto, nel campionato del mondo 1934. Nel pieno di tale periodo d'oro, importante anche per l'enorme impatto sociale che aveva generato, la Juventus inaugurò nel 1933 lo Stadio Comunale (oggi Stadio Olimpico). Disposizione dei calciatori sul campo secondo il Metodo durante gli anni '30.

Il moduloModifica

La Juventus in questi anni utilizzò il Metodo, un innovativo – per l'epoca – schema tattico applicato dalla Nazionale. Questo schema di gioco fu prodotto di una derivazione delle tattiche applicate dalla Scuola Danubiana durante gli anni '30 e '40 dell'Ottocento. Il suo modulo innovativo 2-3-2-3 o «WW» (come nell'immagine a fianco), che è stato derivato invece della Piramide di Cambridge (2-3-5), prevedeva il sostegno degli attaccanti interni della squadra, Cesarini – specializzato in segnare gol pesanti quasi al termine delle partite (da lui prende il nome la "Zona") – e Ferrari, alle funzioni del «centromediano metodista» Monti (punto di riferimento fra difesa e attacco), principalmente alla costruzione del gioco, mentre i due mediani laterali, Varglien I e Bertolini, affrontavano le ali delle squadre avversarie; la difesa, affidata al celebre trio Combi-Rosetta-Caligaris, acquisì maggior sicurezza ed il centrocampo beneficiò di una maggior consistenza numerica che nelle formazioni precedenti. Inoltre, il WW rese possibile la realizzazione di manovre di attacco e contropiede più veloci ed efficaci che prima. Il reparto avanzato bianconero, con calciatori come le ali Sernagiotto ed Orsi ed il centravanti Vecchina e poi Borel II, con il contributo delle mezz'ali, fu artefice della maggior parte delle 434 reti segnate dalla squadra in partite ufficiali durante il periodo (384 in Italia e 50 in Europa)

Gli anni del QuinquennioModifica

1930-31: L’arrivo di CarcanoModifica

Nel 1930 la Juventus si rafforzò con l'ex difensore dell'Alessandria e della Nazionale, Carlo Carcano (che è stato invece collaboratore sulla preparazione atletica ed allenatore in seconda della squadra azzurra) in sostituzione del scozzese Aitken, con l'interno Giovanni Ferrari, altro ex giocatore grigio, con il difensore Luigi Bertolini ed il centravanti Giovanni Vecchina.

Con l'allenatore-psicologo Carcano, l'unico ad avere vinto quattro scudetti di fila nella storia del calcio italiano, la Signora infilò all'inizio del campionato otto vittorie in fila , guadagnando 16 punti sui 16 disponibili – un record vigente durante 74 stagioni, prima di essere migliorato dalla Juve nel 2005-06 – e, dopo un testa a testa con la Roma dell'attaccante Rodolfo Volk, che batté la Juventus in casa 5-0 il 15 marzo ripresa anche da una troupe che girò il film "5-0", vinse il campionato il 21 giugno vincendo 1 a 0 a Milano contro i campioni in carica dell'Ambrosiana nella 33ª giornata, con una grande prestazione di "Mumo" Orsi (terzo marcatore stagionale con 20 reti). La Juventus vinse il suo terzo scudetto con 55 punti (4 punti di vantaggio rispetto ai giallorossi a fine torneo), 79 reti a favore e 37 contro.

In Europa, la Signora raggiunse i quarti di finale della Coppa dell'Europa Centrale, ma fu battuta dallo Sparta Praga di Oldřich Nejedlý e František Kloz per 3-2 nello spareggio del 2 settembre '31 dopo un'eliminatoria molto combattuta (2-1 il 12 luglio, 0-1 il 22 luglio).

1931-32: Il 4° Scudetto e la semifinale di Coppa Europa CentraleModifica

La stagione successiva diventò una battaglia testa a testa, soprattutto nel girone di ritorno, tra la Juve, campione in carica, e «Il Bologna che tremare il mondo fa» dell'oriundo Angelo Schiavio, capolista per buona parte del campionato. La vittoria bianconera in rimonta per 3-2 nello scontro diretto il 1º maggio '32 sul campo di Corso Marsiglia fu fondamentale per la vittoria del suo secondo Scudetto consecutivo, arrivato con l'apporto di Luigi Bertolini e Luis Monti (altro oriundo argentino arrivato grazie agli avi italiani, in quanto la Carta di Viareggio proibiva la presenza di stranieri), dopo la vittoria per 3 a 0 contro il Brescia il 29 maggio.

Madama finì il campionato con 54 punti, uno in meno della stagione precedente (4 davanti gli emiliani e 14 sui romanisti), 89 reti segnate e 38 subìte, ovvero il più forte attacco della Serie A. Le dieci vittorie di fila della Juventus nel girone di ritorno del campionato (un record imbattuto per 74 anni e ancora resistente nelle statistiche del club), il trionfo del 6 marzo a Corso Marsiglia per 7-1 contro la Roma (la maggior sconfitta romanista da sempre in campionato) che rappresentò, agli occhi dei tifosi juventini, la rivincita di quella pesante sconfitta subita nella Città Eterna un anno prima – e gli incontri diretti tra l'argentino Monti ed il bolognese Schiavio, «nemici» nel campionato, ma entrambi membri della nazionale calcistica, furono i momenti più emozionanti della stagione.

Nel piano societario il barone Giovanni Mazzonis diventò il «braccio destro» operativo del presidente Edoardo Agnelli, come vicepresidente. Festeggiamenti tra i tifosi e i calciatori juventini per il 4º scudetto vinto dalla società torinese il 12 giugno 1932 dopo il pareggio 2-2 contro la Fiorentina allo Stadio di Corso Marsiglia per la 34ª e ultima giornata del campionato nazionale.La Juve si classificò per la prima volta alle semifinali della Coppa Europa Centrale dopo aver sconfitto il Ferencváros del centravanti György Sárosi per 4-0 il 29 giugno a Torino (reti di Orsi, Sernagiotto - oriundo brasiliano - e doppietta di Cesarini) e aver pareggiato 3-3 a Budapest quattro giorni dopo. In tale partita l'arbitro austriaco Braun aveva fischiato tre rigori, che suscitarono forti polemiche, in favore dei magiari, due nel giro di quattro minuti.

Nelle semifinali la squadra incontrò lo Slavia Praga, una delle squadre più prestigiose dell'epoca, nucleo della Cecoslovacchia futura vicecampione del mondo. Nella prima partita, giocata il 6 luglio a Praga, il pubblico invase il campo di gioco come risultato di tensioni tra Cesarini ed il massaggiatore dello Slavia generatesi a seguito di un'entrata di “Viri” Rosetta sull'ala Antonín Puč. L'arbitro Braun – quello della gara di ritorno tra la Juventus ed il Ferencvaros – riprese il gioco e concesse, dopo aver sospeso la gara per dieci minuti ed espulso Cesarini, un rigore dubbio al 86' allo Slavia, che rappresentò il 4 a 0 finale in favore della formazione del capoluogo centroeuropeo.

Il ritortno si giocò quattro giorni dopo a Corso Marsiglia. Alla fine del primo tempo, la Juve vinceva per 2 a 0 con reti di Cesarini, capocannoniere con 5 reti, e di Orsi. All’inizio del secondo tempo, il portiere dello Slavia František Plánička – insieme a Combi e Zamora il miglior portiere dell'epoca –, si accasciò al suolo «come morto» mentre l'azione di gioco era lontana dalla sua area, probabilmente colpito da una pietra lanciata dai tifosi juventini, infastiditi per il gioco eccessivamente ostruzionistico degli ospiti, ma quello fu un evento mai verificato. I suoi compagni dapprima lo circondarono e poi lo trasferirono di peso negli spogliatoi, senza ritornare più in campo.

Lo Slavia, infatti, si ritirò e, conseguentemente, l'arbitro Miesz sospese la partita. I medici della Juventus visitarono negli spogliatoi il portiere cecoslovacco ma non riscontrarono tracce di lesioni. Poteva essersi trattato di un malore, ma si sospettò subito che questo gesto non servisse altro che ad ottenere a tavolino la qualificazione alla finale. I giocatori bianconeri, convinti della loro innocenza, andarono in vacanza per riposarsi, in attesa della finale, programmata all'inizio per la fine di agosto , ma mai disputata, in quanto il Comitato Organizzatore della Coppa, con un provvedimento molto controverso, squalificò entrambe le squadre ed assegnò di ufficio il titolo di campione all'altra squadra finalista , il Bologna.

1932-33: il tricampionato Modifica

Nella stagione 1932-33 arrivano a Torino il vercellese Teobaldo Depetrini ed il brasiliano oriundo Pietro Sernagiotto.

L'inizio del campionato è amaro per i bianconeri: due sconfitte nelle tre prime giornate ad Alessandria per 3-2 e contro il Napoli d'Attila Sallustro per 1-0. Allora viene portato in prima squadra uno dei più grandi attaccanti della storia juventina e italiana, fin'allora centravanti delle riserve: Felice Placido Borel II, figlio e fratello di calciatori della Juve, che vincerà la classifica cannonieri con 29 gol in 28 partite, media record di sempre nella storia della Serie A.

Dopo il suo schieramento, la Juventus raggiunge il primo posto dopo aver sconfitto il Torino nel derby alla 10ª giornata, la settima di una serie di nove vittorie consecutive in campionato. Con un grande girone di ritorno (13 vittorie in 17 scontri), la squadra si laurea tricampione d'Italia con due giornate d'anticipo dopo aver battuto il Milan per 3-0 nella gara decisiva del 16 giugno. I bianconeri chiudono con 54 punti (otto punti in più dell'Ambrosiana e quattordici su Bologna e Napoli, le pretendenti allo scudetto), 83 reti a favore e 23 contro, record del torneo. Da ricordare l'incontro del 18 dicembre '32 a Torino (Juventus 3-0 Ambrosiana): si giocò con presenza di 14 000 spettatori allo Stadio di Corso Marsiglia e un incasso di 140 000 lire.

Il giornalista Mario Pennacchia descrive così il momento in cui la squadra bianconera raggiunge, per la prima volta, il primo posto di quel campionato e il suo impatto nella società italiana:

Il Napoli cade a Bologna, la Juve è già prima: "Dà tale spettacolo di forza, di freddezza, di potenza e di sicurezza – le rende omaggio la stampa – che c'è da temere, oggi decima giornata del torneo, un suo definitivo addio alla compagnia delle avversarie".

Detto e fatto. L'intera Nazione stravede per la squadra di Edoardo Agnelli. Un fenomeno senza precedenti di esaltazione popolare congiunge le Alpi alla Sicilia. Un distintivo del club bianconero diventa una preziosa rarità. Un biglietto per la partita dei campioni diventa premio ambìto promesso al figlio per la promozione. Torino o un'altra città dove gioca la Juventus venne inserita negli itinerari dei viaggi di nozze. E in mare scende perfino una grande motonave battezzata Juventus fatta construire dalla società di navigazione presieduta dal marchese Luca Ferrero di Ventimiglia.

Gli Agnelli e la Juventus, 1985.

Nei quarti di finale della Coppa dell'Europa Centrale la Juventus incontra gli ungheresi dell'Újpest FC. La doppia vittoria della Juventus (4-2 all'andata e 6-2 al ritorno a fine giugno) la classificò alle semifinali per la seconda volta consecutiva, ma la squadra fu battuta dall'Austria Vienna del celebre centravanti Mathias Šindelář, poi vincitore del torneo (0-3, 1-1). Raimundo Orsi fu il capocannoniere con 5 reti.

1933-34: L'ingresso al Comunale e la Nazio-JuveModifica

Nella stagione 1933-34 la Juventus fece il suo primo ingresso al più moderno stadio costruito in Italia in quegli anni: lo Stadio Comunale (poi rinominato Stadio Comunale "Vittorio Pozzo" e, dopo i giochi olimpici invernali del 2006, Stadio Olimpico), al cui interno era stata predisposta una solida rete metallica alta due metri per dividere i suoi 65.000 posti per il pubblico dal campo di gioco, fu inaugurato il 14 maggio 1933 con il nome di Stadio Municipale di Torino "Benito Mussolini", rappresentando così il cambio della sede da Corso Marsiglia a Via Bogino 12: il primo in undici anni.

L'impianto, costruito in Via Filadelfia, fu costruito per ospitare i Giochi Universitari Mondiali e poi, la Coppa del Mondo dell'anno successivo. La Juventus utilizzerà il Comunale per ospitare tutti i suoi incontri casalinghi fino alla vittoria nella finale della Coppa UEFA 1989-90.

I bianconeri chiudono il girone d'andata del quinto campionato di Serie A con cinque punti di svantaggio sull'Ambrosiana, ma la differenza si ridurrà a un punto fino all'incontro diretto della ventisettesima giornata (Juventus 0-0 Ambrosiana il 1º aprile). Nelle ultime sette partite di campionato la squadra bianconera inanella sette vittorie: il 25 aprile vince a Brescia 2-1 –raggiungendo quota 43 punti, +1 sui lombardi, e divenendo capolista per la prima volta in stagione – per poi battere la Lazio 2 a 0 quattro giorni dopo andando a +4.

Così, la Juventus si aggiudica il titolo di campione d'Italia per la quarta stagione consecutiva con 53 punti, 88 reti a favore – il miglior blocco di attaccanti per il terzo anno di fila con 100 gol – e 31 contro. Il centrattaccante juventino Borel II vince la classifica marcatori per la seconda stagione consecutiva con 31 reti. Così fu descritta la quarta vittoria consecutiva della Juventus in campionato:

La Juventus ha vinto il suo quarto campionato consecutivo. Cioè, è la prima volta che una squadra italiana riesce in quest'impresa da quando si gioca il campionato, cioè, dal [milleottocento]novantotto al oggi. Neanche ai tempi dei campionati fra tre o quattro squadre, neanche nei tempi facili del girone doppio, ciò non è mai successo.

La squadra che si discute per avere i record della vecchiaia, felix culpa, eppure è la squadra che si è saputa rinnovare in toto. Prima di tutto ha valorizzato i giovani. Bastì a dimostrarlo il nuovo primato assoluto nei cannonieri con 32 gol del ventenne Farfallino. E soprattutto, la maestra del gioco era anche maestra per educazione sportiva. Il miglior primato raggiunto della squadra di tutti i record è, secondo noi, proprio quello di avere ottenuto tale primato e tali cifre senza un espulso né un ammonito né un reclamo in tutta la stagione. Prova più convincente di dignità morale e tecnica. Gioia sportiva non è possibile. Vincente e convincente, la Juventus può vantare, soprattutto, il primato di consensi, degli applausi e di emozioni regalate.

Il calendario fu modificato nella seconda metà del girone di ritorno come conseguenza della partecipazione della Nazionale ai Mondiali in Italia, gli azzurri vinsero il trofeo con ben nove giocatori della Juventus (cinque furono titolari durante il torneo) tra i ventidue convocati. Questo gruppo di calciatori, asse portante dell'Italia di Pozzo durante le primi due edizioni della Coppa Internazionale (nei periodi 1927-1930 e 1931-1932), la fase di preparazione pre-mondiale e il Mondiale del 1934, sarà ricordato come la Nazio-Juve.

Archiviata l'avventura del Mondiale, Gianpiero Combi, campione del mondo con la nazionale azzurra in qualità di capitano e pluricampione d'Italia, lasciò la società dopo undici anni e, dopo il trionfo nella Coppa Internazionale nel 1935, la Nazionale e l'attività sportiva.

In Coppa Europa Centrale la Juve superò il Teplicky (4-2 e 1-0) e l'Ujpest (3-1 in Ungheria e 1-1) ma fu sconfitta ancora in semifinale dall'Admira Vienna: 1-3 in Austria, 2-1 a Torino.

1934-35: Juve pentacampione d'ItaliaModifica

Nell'autunno del 1934 si ebbe un avvicendamento sulla panchina bianconera: al posto del allenatore Carcano (licenziato a dicembre per pesanti insinuazioni sulla sua vita privata, all'epoca mal tollerate in Italia, riguardanti una sua presunta omosessualità, ma probabilmente dovute a precedenti contrasti con la società) subentrò la coppia fatta dall'ingegner Benè Gola, un dirigente dell'epoca, e l'ex giocatore Carlo Bigatto, prima bandiera della storia juventina e considerato da molti l'archetipo del calciatore-allenatore.

Con un'età media molto elevata (33 anni di Monti, Orsi e Caligaris, 32 di Rosetta), la Juve arruolò il giovane Alfredo Foni, e promosse dal suo vivaio Guglielmo Gabetto e Pietro Rava. Così la squadra, con il portiere Cesare Valinasso al posto di Combi, raggiunse il primo posto della classifica del sesto campionato a girone unico, il primo a 16 squadre, una settimana dopo l'inizio del torneo con la vittoria in casa per 2 reti a 1 contro il Napoli, ma fu superata alla fine dell'andata dalla Fiorentina di tre punti. Il campionato diventò una lotta serrata tra i bianconeri, i viola e l'Ambrosiana dalla ventesima giornata in poi.

La Signora vinse il suo quinto Scudetto consecutivo l'ultima giornata grazie a una rete di Ferrari a pochi minuti dal termine a Firenze (1 a 0 il 2 giugno) e per la sconfitta della Ambrosiana contro la Lazio a Roma per 4-2, come il 5 maggio 2002. La Juventus finisce il trentacinquesimo torneo italiano con 44 punti – due sui milanesi e cinque sui viola –, 45 reti a favore e 22 contro, la migliore difesa per la seconda volta in tre anni. Fu completato il record d'imbattibilità interna di 49 partite, dal '33 al '35.

Il giornalista Bruno Roghi raccontò così il quinto scudetto consecutivo per La Gazzetta dello Sport del 4 giugno 1935:

Ancora una volta l'elogio della disciplina e della volontà. Ancora una volta il riconoscimento che la Juventus, parlando poco e sottovoce, come s'usa nelle buone famiglie, non perde perché non si disperde. Le vittorie, per essa sono numeri da metere in fila e da sommare, non serbatoi di chiacchiare. È una squadra, quindi una società, che quando vince esulta, quando perde riflette. Altre delirano quando vincono, si flettono quando perdono. Il mestiere, per la Juventus, significa questo: il domani di una vittoria può chiamarsi sconfitta, ma il domani di una sconfitta deve chiamarsi rivincita... Ma la Juventus ha avuto e detto qualcosa di diverso. Ha detto che le partite si possono vincere o perdere in campo a seconda della legge variabile che presidia i giochi di palla, si tratti delle palline d'avorio o della palla di cuoio. Ma ha detto che i Campionati si vincono e si perdono, essenzialmente, nella sede sociale. Le vittorie sportive non sono soltanto fatti tecnici, o stetici. Sono fatti morali. Sotto questo punto di vista la Juventus fa bene a tenere cattedra. Bene a se stessa, bene ai suoi avversari, bene allo sport nazionale.

In Coppa Europa batté il Viktoria Plzen (3-3 in Boemia e 5-1 al Comunale) e l'Hungaria FC (3-1 fuori, 1-1 in casa) per poi perdere in semifinale la quarta semifinale di fila, record della coppa, contro lo Sparta Praga (2-0 esterno e 3-1 a Torino). Dopo aver conquistato il tricolore, Orsi e Cesarini lasciarono la squadra e tornarono alla loro terra natale, l'Argentina, nella primavera del '35. Ferrari fu acquistato dall'Ambrosiana e Caligaris fu ceduto al Brescia.


Il Quinquennio d'oro si concluse con la morte del presidente Edoardo Agnelli, il 14 luglio 1935: tornando da Forte dei Marmi con l'idrovolante del padre Giovanni, un Savoia-Marchetti S.80 pilotato dall'asso dell'aviazione Arturo Ferrarin, il velivolo sbatte nel porto di Genova contro un tronco vagante, in fase di ammaraggio uccidendo Edoardo sul colpo, mentre il pilota rimase indenne.

La Juve non vinse più campionati fino al 1950.

Impatto nella società italianaModifica

Il Quinquennio d'oro della Juventus oltre a costituire il primo grande ciclo di vittorie di una squadra di calcio dall'istituzione del girone unico ebbe un forte impatto sociale nella storia della Nazione, rendendo la squadra bianconera la Fidanzata d'Italia in merito alla diffusione lungo tutta la Penisola sia dei trionfi che della passione e del tifo juventino, che la porteranno a diventare la prima entità sportiva con una tifoseria nazionale in un'epoca dove i tifosi erano concentrati nella propria città o, al più, regione d'origine.

La enorme popolarità della Juve all'inizio degli anni '30, come osserva lo storico torinese Aldo Agosti, «era il risultato di una serie particolare di fattori: un'ineguagliata catena di successi, propiziati e accompagnati da un gioco spettacolare, un contributo decisivo dato alle fortune della Nazionale che nel 1934 conquistò la Coppa Rimet, antenata dei mondiali, e anche una sapiente costruzione di immagine, che si alimentava di una crescente diffusione delle cronache sportive sui quotidiani».

Inoltre, la continua associazione della Juventus a «una classe e uno stile elevati a dignità artistica e ad esempio di cavalleresca sportività» sui mass media nazionali dai primi anni del Quinquennio è stato un altro fattore importante per estendere la popolarità del club nel resto del Bel Paese, processo compiuto nella prima metà degli anni cinquanta.

Paradossalmente durante quel periodo, un altro motivo per cui i simpatizzanti al calcio divennero Juventini al di là dell'elemento sportivo, come è stato sottolineato dal prof. dell'Università di Torino Giovanni De Luna, era l'alternativa che il club bianconero rappresentava – e tuttora rappresenta – al campanilismo inerente nelle tradizioni regionali in quanto era ritenuto un «strumento di ribellione» contro i capoluoghi locali, ideologia accentuata durante la seconda metà degli anni '40 con il secondo dopoguerra e l'istituzione della Repubblica.

« [...] La Juventus gioca bene, vince sempre e non è né lombarda, ne emiliana, né veneta, né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l'esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione il capoluogo è stato anche capitale d'Italia [...] Nessuna città periferica aveva contratto odii nei suoi confronti, all'epoca dei Comuni. Essa batteva ormai le decadenti squadre del Quadrilatero e offriva agli altri italiani la soddisfazione di umiliare le città che nel Medio Evo avevano spadroneggiato: i romagnoli andavono in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus così come i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battuti in breccia, e ancora i lombardi che avevano squadre proprie come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus. »
(Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, 1975.)

Oltre alla sua popolarità, la supremazia della Juventus nel calcio italiano e il consenso che suscitava come squadra che rappresentava la totalità della popolazione, in particolare fra coloro che emigrarono a Torino per lavorare nella FIAT durante gli anni trenta, hanno reso del club la squadra d'Italia, appellativo che ancora identifica Madama all'estero. Tali fattori, insieme alla presenza massiccia dei calciatori juventini in Nazionale – decisiva nei successi degli azzurri durante l'era Pozzo –, avendo contribuito con nove uomini nella vittoria contro l'Ungheria per la Coppa Internazionale '33, le hanno consentito di occupare un posto di rilievo nella memoria storica italiana, favorendo il fenomeno di nazionalizzazione in modo tale che ha permesso al club di svolgere il più importante ruolo nella formazione di un'identità nazionale attraverso lo sport pur non essendo mai favorevole né gradito all'allora regime «perché aveva nel suo direttivo antifascisti come Mazzonis ed era tra le poche a non imporre ai giocatori la 'cimice' fascista sulla giacca della divisa».

Tale processo provocò il – ancora vigente – dualismo tra il tifo capitolino e il tifo provinciale e manifestato nei confronti della Juventus sia in un certo livello di avversione presente in alcune città del Nord quali Milano e Bologna e del Centro quali Firenze che nell'affetto e l'ammirazione immutata per la squadra bianconera in provincie come la Brianza, la Romagna, la Lucchesia e la Garfagnana e, soprattutto, come è stato sottolineato dal giornalista Gino Palumbo, in regioni lontane da Torino quali il Sud:

L'amore del Sud per la Juventus scaturisce dal gioco dei contrasti: la Juventus del Quinquennio ha caratterizzato l'evoluzione del calcio italiano e ha dominato per lungo tempo il campionato, ha dato esempio di rigorosa organizzazione, di equilibrio tecnico, di elevato spirito sportivo, proprio nel periodo più oscuro del calcio meridionale, allorché nel Sud il football era ancora in una fase pioneristica e confusa, e ancora non si intravedono i segni del suo sviluppo... Mancano nel Sud, nei confronti della Juventus, quelle venature di asperezza, di invidia, di risentimento che scaturiscono dalla rivalità. Genova si sentiva ferita... Milano e Bologna vedevano nella Juve un'antagonista... Nel Sud, no. Non c'erano motivi di contrasto, non esistevano ambizioni rivaleggianti.

Alcuni storici e saggisti, tra cui il prof. De Luna, affermano che i successi del club durante la prima metà degli anni trenta, insieme ai trionfi della Nazionale, principalmente il Mondiale del 1934, costituiscono il fattore determinante nella composizione ed ulteriore consolidamento del calcio come fenomeno di massa in Italia. Inoltre, il Quinquennio della Juventus è ritenuto il periodo nella storia dello sport italiano in cui ebbe inizio la costituzione di tifoserie oltre i confini locali e regionali, fenomeno sociale che sarebbe stato consolidato negli anni '50 e '60 durante il miracolo economico.

Retaggio storicoModifica

Il Quinquennio, ritenuto il primo ciclo d'oro nella storia della Juventus, è stato il periodo in cui sono stati delineati le proprie caratteristiche essenziali: «il generoso patronato della dinastia Agnelli, un singolare spirito sportivo – lo stile Juventus, considerato un modello di rigore, disciplina e stabilità istituito dall’allora presidente Edoardo Agnelli e simboleggiato dalle 'tre S': Semplicità, Serietà, Sobrietà –, un sostegno molto esteso e una corporeità deterritorializzata; ed un'invidia [nei confronti del club] altrettanto diffusa».

I successi della società, la prima in Italia ad essere gestita a livello professionistico, hanno permesso la diffusione sia di un nuovo tipo di gestione a livello dirigenziale che del suo schema tattico al resto di società calcistiche nel Paese «rendendo così tecnicamente e tatticamente omogeneo il calcio italiano (ragione non ultima del suo successo), contribuendo a rendere la Nazionale [...] la regina del calcio mondiale negli anni trenta», come sottolinea lo storico dello sport Antonino Fugardi.

[modifica] Elenco di roseModifica

Qui di seguito sono riportati la lista di tutte le rose della Juventus durante il Quinquennio d'oro:

  • Rosa 1930-31

(All. Carlo Carcano)


Alfredo Bodoira

Giampiero Combi

Umberto Ghibaudo


Umberto Caligaris

Pietro Ferrero

Virginio Rosetta (C)

Giovanni Varglien II


Oreste Barale

Carlo Bigatto

Eugenio Castellucci

Carlo Crotti

Lino Mosca

Francesco Rier

Mario Varglien I

Aldo Vollono


Renato Cesarini

Giovanni Ferrari

Federico Munerati

Raimundo Orsi

Gilberto Pogliano

Giovanni Vecchina

  • Rosa 1931-32

(All. Carlo Carcano)


Giampiero Combi


Umberto Caligaris

Pietro Ferrero

Virginio Rosetta (C)

Giovanni Varglien II


Luigi Bertolini

Luis Monti

Mario Varglien I


Renato Cesarini

Giovanni Ferrari

Juan José Maglio

Federico Munerati

Raimundo Orsi

Enzo Rosa

Pietro Sernagiotto

Giovanni Vecchina

  • Rosa 1932-33

(All. Carlo Carcano)


Giampiero Combi


Umberto Caligaris

Pietro Ferrero

Virginio Rosetta (C)

Duilio Santagostino

Giovanni Varglien II


Luigi Bertolini

Mario Genta

Luis Monti

Mario Varglien I


Felice Borel II

Giovanni Ferrari

Francesco Imberti

Federico Munerati

Raimundo Orsi

Pietro Sernagiotto

Giovanni Vecchina

  • Rosa 1933-34

(All. Carlo Carcano)


Giampiero Combi

Cesare Valinasso


Umberto Caligaris

Pietro Ferrero

Virginio Rosetta (C)

Giovanni Varglien II


Luigi Bertolini

Teobaldo Depetrini

Luis Monti

Mario Varglien I


Felice Borel II

Renato Cesarini

Giovanni Ferrari

Marcello Mihalich

Raimundo Orsi

Pietro Sernagiotto

  • Rosa 1934-35

(All. Carlo Carcano/Carlo Bigatto e Benedetto Gola)


Attilio Bulghieri

Eugenio Staccione

Cesare Valinasso


Umberto Caligaris

Alfredo Foni

Virginio Rosetta (C)

Giovanni Varglien II


Luigi Bertolini

Teobaldo Depetrini

Luis Monti

Luciano Ramella

Pietro Serantoni

Mario Varglien I


Felice Borel II

Lino Cason

Armando Diena

Renato Cesarini

Giovanni Ferrari

Guglielmo Gabetto

Raimundo Orsi

Alberto Tiberti

Pietro Sernagiotto


« La Juve non perde perché non si disperde. »

(Bruno Roghi)